La scuola non a scuola

bambino che gioca con tablet

Fino a qualche settimana fa sarebbe stato impossibile immaginare che, tra le molte sfide della scuola per tutti, avremmo dovuto raccogliere anche quella della “scuola non a scuola”. Altrettanto spiazzante, oggi, è osservare lo scarto che esiste tra le risorse disponibili e il “mondo” delle esigenze degli alunni e delle loro famiglie in queste straordinarie circostanze che tutti ci troviamo a vivere. Tutti sperimentiamo un crescente allontanamento dalle molte certezze messe radicalmente in discussione da dati sempre più preoccupanti sulla salute pubblica: dalle routine giornaliere non riconoscibili, alla scomparsa di piccoli riti, alla difficoltà di mettersi in contatto con le figure di riferimento personale e professionale della nostra quotidianità fino a “ieri”.

Non è difficile immaginare come questo cambiamento improvviso e sconcertante di scenario ponga agli alunni più fragili e alle loro famiglie richieste ancora più onerose, sia dal punto di vista dei compiti quotidiani di cura sia in termini di carico psicologico e di preoccupazioni per il presente/per il futuro: dalla solitudine generata dal rarefarsi delle figure che costituiscono i nodi della rete dei sostegni (educatori, insegnanti specializzati, riferimenti clinici), alla preoccupazione per un sentimento di competenza educativa e didattica già incerto in situazioni ordinarie, ad un tempo a casa lungo e sospeso in cui si è costretti a far fronte a mille impegni tra cura della famiglia, lavoro e scuola, senza disporre in molti casi di tutte le risorse o le competenze tecnologiche necessarie per far fronte “a distanza”.

Noi professionisti dell’educazione e della formazione possiamo fare molto in questo tempo difficile, dando ascolto a esperienze ed esigenze che nell’emergenza generale rischiano di essere “silenziate” e rese invisibili, condividendo risorse umane, competenze e conoscenze scientifiche, sviluppando le risposte creative e innovative che il nuovo spazio educativo, didattico e formativo impone, cogliendo con fiducia e lungimiranza la sfida della “scuola non a scuola”, in tutte le sue potenzialità inclusive ed evolutive.

Bicocca con le scuole” scaturisce proprio da questa consapevolezza e dal desiderio di far sì che il costante impegno dell’Ateneo alla costruzione di una scuola per tutti, attenta alle differenze e capace di farsi garante del diritto allo studio attraverso la qualità della formazione dei professionisti dell’educazione e della formazione, trovi un nuovo strumento e un canale di comunicazione aperto ed efficace tra Scuola e Università. Per noi è importante, oggi più che mai, mettere il lavoro scientifico e di ricerca “al servizio” della scuola, nella convinzione che da questo scambio potranno nascere risposte, strategie ed esperienze innovative capaci di cambiare in positivo il profilo della vita della “scuola a scuola”, con l’augurio per tutti noi di poterci tornare presto, molto presto.

Un altro degli elementi decisivi di questa emergenza è la sospensione delle relazioni quotidiane entro cui si sviluppano le nostre vite. Sembra necessario ricostruire, usando le tecnologie e strumenti di vicinanza alternativi alle interazioni interpersonali, quel senso di collettività e comunità tipico della scuola e indispensabile per sviluppare crescita, apprendimenti e sviluppo di competenze sociali.

Tale sospensione è particolarmente vera per gli alunni con disabilità che, tradizionalmente, finito il tempo scuola, vivono una quotidianità completamente staccata da modalità di partecipazione ludico-sportive e didattiche (i compiti a casa) lontane dagli altri compagni della classe. Per molti di loro, e per le loro famiglie, le giornate dell’ultimo mese sono terribilmente e “sempre” uguali a tutte le altre… a quelle che normalmente si trovano a vivere dopo le 16.30, quando la dimensione della socialità abitualmente si interrompe. I gridi di solitudine e di abbandono che molte di queste famiglie lanciano attraverso la rete – la classica punta dell’iceberg di situazioni molto più numerose e di cui non riusciamo a sapere nulla – ci rimandano esattamente a questo.

Restituire a questi alunni e alle loro famiglie un senso di comunità, una partecipazione attiva a tutto ciò che si fa a distanza è la prima condizione. Ricostruire questo senso di comunità, senza cui la scuola non solo “non è a scuola” ma “non è scuola” è, a nostro parere, il primo passo per riprendere l’attività didattica a distanza, a partire dalle caratteristiche e dalle necessità di ciascuno.

Un contributo importante in questo senso giunge da una scelta attenta delle strategie didattiche e delle soluzioni tecnologiche adottate, grazie alle quali le attività di apprendimento condiviso, di tutoring tra pari e di mediazione didattica possono continuare a restituire valore al fatto che si conosce, si cresce e si evolve sempre all’interno di relazioni, che possono e devono trovare nuove forme di vita anche quando sembra siano sospese.

2 commenti su “La scuola non a scuola”

  1. Luisa Dall'Aglio

    Buongiorno,
    sono molto d’accordo con quanto scritto. La scuola sospesa, la “scuola non a scuola”, come l’avete definita, ha spiazzato tutta la comunità educante. Io insegno matematica scienze e tecnologia in una scuola primaria, in due classi seconde.
    Oltre alle citate difficoltà che si incontrano ad utilizzare in modo esclusivo la tecnologia per ricevere e impartire didattica,il rimando più struggente che mi arriva è quello dei bambini. Mi raggiungono prevalentemente via telefono e whatsapp, desolati e smarriti; li sento combattuti tra l’idea di una super vacanza inattesa e la nostalgia dei compagni e di noi maestre.
    Aggiungo al commento il notare, con vero dispiacere, che la situazione che vive la scuola, è particolarmente discriminatoria. Ancora più che per gli alunni disabili per i bambini stranieri ancora in fase di alfabetizzazione, per i quali non c’è o quasi supporto multimediale, spesso non c’è mediazione di lingua né aiuto dalle famiglie…

  2. nicoletta ferrari

    Didattica a distanza,un acronimo che di per sè che costituisce l’antitesi di ciò che è, o dovrebbe essere, l’insegnamento. La distanza indica una separazione, una mancata condivisione di uno spazio comune, per cui un’azione che avviene in momenti diversi, staccati, lontani, remoti. Eppure, la didattica, inserita all’interno di un percorso di formazione, è luogo e tempo di incontro, è essenzialmente dimensione di reciprocità, dove l’intreccio delle conoscenze, delle abilità e delle competenze avviene simultaneamente, attraverso un magico incontro, un magma alchemico di ingredienti che possono solo appartenere al contesto classe.
    Come, quindi, rendere meno distante ciò non dovrebbe esserlo affatto?
    Costruire strade di connessione, non solo virtuali, ma affettive, capaci di dare vita a importanti e significativi scambi di socialità, sia con gli alunni, sia con le loro famiglie, soprattutto se si tratta delle scuole primarie, a cui io appartengo. Mantenere rapporti di maggiore vicinanza, sentirsi telefonicamente, avviare processi di creatività e di progettazione insieme, da condividere, in modo che la solitudine del quotidiano si allenti e lasci spazio ad una didattica sempre meno distante e asettica , ma più em-patica e sim-patica.

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